Conclusioni e orientamenti

Sauro Bandi, Andrea Gollini e Isabella Mancino

Voi stessi date loro da mangiare“.

 

Abbiamo iniziato questa pubblicazione facendo riferimento all’immagine delle Medaglie Spezzate evocate da Papa Francesco al Convegno di Firenze, con la quale ci ha invitato ad essere Chiesa Madre, capace di accogliere i suoi figli. Al termine di queste pagine la domanda resta aperta: Sapremo davvero essere una Chiesa, una comunità capace di accogliere e accompagnare le persone nel percorso della loro vita come una madre? Oppure cederemo ancora una volta alla tentazione di chiedere al Signore: “lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare” (Mt 14,36)? Ha detto mons. Zuppi all’assemblea “Chiesa e Città degli uomini”: “Oggi diciamo che le risposte dipendono anche da noi! L’invito di dare da mangiare è rivolto a “voi”. Cioè “noi”. “Voi stessi date loro da mangiare”. In un momento in cui è facile credere che il problema non ci riguarda o che debbo pensare a me, la Chiesa vuole dire che sente tutta la responsabilità di trovare il pane per chi ha fame e che lo offre gratuitamente. La gratuità è una dimensione fondamentale per vivere bene nella città, soprattutto quando sembra che tutto abbia un prezzo e il consumismo ci ha reso tutti più diffidenti e calcolatori”. Ma la povertà interpella anche la società e la politica. Nel Rapporto infatti, abbiamo messo in luce, attraverso un’analisi sociologica del Prof. Ripamonti, come lo sviluppo umano integrale chiama in causa una concezione di benessere che non dipende solo dal dato economico, ma anche dalla rete di relazioni (familiari e amicali) variegata e di qualità e da uno sviluppo di comunità sostenibile e solidale. Anche la politica è chiamata ad un impegno determinante nel contrasto alla povertà e lo dimostrano la lettura e la descrizione delle azioni messe in atto dal Welfare nel cap. 2. Si cerca sempre più di agire in rete, in sinergia con tutte le risorse presenti sul territorio. Gli approfondimenti del capitolo 4, illustrano come temi quali: lavoro, salute, cibo, immigrazione siano stati messi al centro delle progettazioni di questi ultimi anni. Sono nate cioè realtà nuove, capaci di mettere in rete più soggetti per offrire davvero delle risposte capaci di considerare l’uomo e la famiglia con tutte le proprie esigenze, per andare davvero verso uno sviluppo umano integrato. Come si può riscontrare anche dai video del dvd allegato.

Ma chi sono queste “medaglie spezzate” e su quali piste di impegno si ipotizzano per le Caritas e per le Istituzioni?

I dati raccolti in questo Dossier sono coerenti con altri studi nazionali53 che mostrano come la povertà in Italia sia cambiata nel corso degli ultimi anni; fino all’inizio della crisi economica (2007/2008), la povertà assoluta54 colpiva una fetta di popolazione abbastanza definita e con caratteristiche stabili nel tempo, numericamente questa rappresentava nel 2007 circa il 3,1% della popolazione composta in particolare da: famiglie con almeno tre figli ed entrambi i genitori esclusi dal mercato del lavoro e anziani, sia coppie sia single e geograficamente localizzata principalmente nelle regioni del Sud Italia. Si tratta di caratteristiche che hanno portato alcuni studiosi di un “modello italiano di povertà”55.

Se guardiamo alle persone che le Caritas in Emilia-Romagna accompagnavano prima della crisi erano soprattutto persone senza lavoro, senza dimora, adulti soli, persone con problemi di dipendenze e disturbi psichiatrici, i cosiddetti “cronici” e un numero sempre crescente stranieri.

La crisi finanziaria, scatenata dalla bolla immobiliare esplosa nel 2007/2008 e le politiche di contenimento della spesa che ne sono seguite hanno modificato questa situazione. Si tratta di un cambiamento in primo luogo quantitativo: il numero di persone che vive in povertà assoluta è più che raddoppiato nel giro di sette anni, passando da 1,8 a 4,8 milioni tra il 2007 e il 2016 (percentualmente siamo al 6,3% delle famiglie e 7,9% dei singoli Istat, 2017). Con la crisi la povertà si amplia e colpisce in maniera più significativa anche nel Nord Italia, soprattutto nuclei familiari giovani, con almeno due figli e in cui un genitore lavora.

Gli sportelli dei Centri di Ascolto incontrano tutte le fasce d’età: con un aumento importante dei giovani, passati dal 4,9% nel 2004 al 24% nel 2016; non ci sono più solo i senza dimora, ma anche coloro che un’abitazione ce l’hanno, ma non sono in grado di far fronte alle spese passati dal 47% nel 2004 al 61,8% nel 2016; non più solo i disoccupati, ma anche coloro che, pur dichiarandosi disoccupati, hanno un lavoro, ma questo non offre garanzie, perché saltuario, poco remunerativo, occasionale. Non ci sono più solo immigrati che arrivano in Italia per cercare un lavoro, ma anche persone che scappano dalla propria terra perché questa non è più nelle condizioni di offrire pace, acqua, cibo, futuro (gli africani sono passati dal 19,9% nel 2004 al 35,2% nel 2016 e gli asiatici da 2,2% al 5,5%, provenienti per la maggior parte dal Medio Oriente). Così come gli italiani hanno registrato un forte aumento passando dal 22,8% nel 2004 al 35,3% nel 2016. Non più solo persone sole, ma anche famiglie con minori, con figli adulti disoccupati, con familiari ammalati, che non sanno a chi chiedere aiuto e si rivolgono alla Caritas (sono passate dal 33,5% nel 2004 al 47,2% nel 2016).

Quindi possiamo concludere affermando che emergono contemporaneamente due dinamiche: da un lato la povertà estrema, quella che viene definita della grave marginalità adulta e che diventata sempre più complessa, dall’altro l’aumento di situazioni di precarietà che sfociano in povertà, di persone e famiglie cioè che prima della crisi riuscivano a vivere dignitosamente ed ora invece non sanno come sopravvivere.

Di seguito proveremo ad approfondire queste dinamiche e a capire come queste interroghino le Caritas, le comunità e le Istituzioni.

Per quanto riguarda la complessità delle povertà un tratto caratteristico diventa quello che vede aumentare le situazioni multiproblematiche: dove alla povertà economica si sommano povertà relazionali che a loro volta sfociano in, o sono la conseguenza di, problemi di dipendenza, di salute mentale, di problematiche relative alla giustizia (post detenzioni); qui possiamo pensare che ora si collochino i più poveri fra i poveri.

La povertà inoltre si cronicizza: aumenta il numero di persone che incontriamo e che rimangono nel tempo (il 51,7% delle persone incontrate nel 2016, erano già state incontrate in passato), per le quali il nostro aiuto (e quello dei servizi) non è sufficiente per ripartire. In particolare per le persone già adulte è più facile rimanere intrappolate nella povertà, a causa anche dell’impossibilità di ricollocarsi nel mondo del lavoro. Di qui la conseguente maggiore cronicità degli stessi che continuano a presentarsi nei diversi anni presso gli uffici della Caritas.

Rispetto a queste problematiche risulta importante affermare “…che non si può accettare la supplenza passiva della carità, mossa dalle esigenze del cuore e dell’anima, rispetto ai doveri di giustizia sociale, mossa dalla carta costituzionale e dall’imperativo laicamente etico della società democratica, l’accrescersi dei numeri di accesso ai servizi caritativi delle parrocchie rilancia anzitutto, e soprattutto, questo, tema di fondo. Che inserisce non solo all’azione pastorale della Chiesa ma anche all’adeguatezza dei modi attuali di interpretare la realizzazione del bene comune”56. Non dobbiamo mai dimenticarci che l’articolo 3 della nostra Costituzione, dopo aver sancito l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, prosegue: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Quindi quando parliamo di povertà parliamo di una condizione che è bandita dalla nostra carta costituzionale e deve essere compito della politica indicare strade che possano cambiare realmente la condizione di vita delle persone, nel solco di queste scelte può poi inserirsi in una prospettiva autenticamente sussidiaria il contributo di tutti i corpi sociali.

Su questo fronte ci pare importante sottolineare come le recenti misure avviate dallo Stato e dalla Regione rappresentino un primo passo nella direzione della presa in carico delle povertà, tuttavia perché queste misure risultino veramente efficaci è necessario che vengano inserite in un piano organico di lotta alla povertà che impegni il Governo, e la Regione, a raggiungere nei prossimi anni – in maniera incrementale – tutto il target di povertà assoluta, raggiungendo il fabbisogno di circa 7 miliardi di euro (la legge di bilancio 2018 ne prevede per ora 2 miliardi, raggiungendo solo 1,8 milioni di persone in povertà assoluta, contro i 4,8 milioni che vivono in questa condizione). Queste misure vanno intese quindi non come strumenti risolutivi, ma piuttosto come un processo che chiama alla responsabilità tutti gli attori, sia per il suo concreto sviluppo, sia per una discussione dei suoi esiti che sappia affrontare i problemi di merito. La durezza delle condizioni di povertà che attanaglia una parte del Paese ha bisogno di rispetto, di concretezza e di un impegno comune della comunità civile ed ecclesiale, appare allora indispensabile che si realizzi una mobilitazione di tutti i soggetti sociali che, insieme agli enti locali, costruiscano reti solidali e di accompagnamento per le persone coinvolte, come sottoscritto nel “patto per l’attuazione del reddito di solidarietà (RES) e delle misure a contrasto di povertà ed esclusione sociale in Emilia-Romagna”. Inoltre in vista di un effettivo funzionamento delle misure, deve essere pensato e portato avanti sul serio un monitoraggio della misura che sappia migliorarne il funzionamento e l’impatto durante la sua attuazione. Uno dei nodi e fondamenti di queste nuove misure (SIA, L.R 14\2015, RES) è che non sono pensate come una mera erogazione di contributi economici, ma come misure di inclusione attiva dei beneficiari, un contributo economico che unito a un percorso di inserimento sociale e lavorativo permetta ai beneficiari di uscire da una condizione di disagio economico e di provvedere autonomamente alle proprie necessità. La parte attiva delle misure, ovvero i percorsi di inserimento lavorativo e di integrazione sociale, sono dunque essenziali per poter valutare l’efficacia di queste misure. Questo è un punto fondamentale perché come già emerge dal monitoraggio del SIA57, se i Comuni, a cui è in capo la costruzione e gestione dei progetti personalizzati, non son messi nelle condizioni di realizzarli con una dotazione di risorse umane adeguate, il rischio della deriva assistenziale per queste misure è altissimo. Ecco perché la previsione di uno stanziamento aggiuntivo destinato al potenziamento strutturale dei servizi è cruciale. Inoltre, occorre anche prevedere, in prospettiva, una riforma del sistema dei Centri per l’impiego, la cui attuale architettura non consente di intervenire efficacemente sul raccordo domanda-offerta di lavoro. Per realizzare un’inclusione attiva è necessario rendere effettivi i percorsi di inserimento lavorativo, avvicinando il più possibile le realtà produttive alla rete dei Servizi sociali.

L’altra dinamica che abbiamo evidenziato è quella che ci vede essere tutti più fragili, in quanto nella nostra società il rischio di povertà è più diffuso e alcuni fattori di protezione come casa, lavoro e famiglia da soli non sono più sufficienti. Per definire questo fenomeno si ritiene utile utilizzare la categoria della vulnerabilità; se da un lato questa idea ci spaventa, dall’altro riconoscerci tutti fragili ci può portare a guardare l’altro con più empatia come qualcuno simile a me come qualcuno che, forse, più che bisogno di risposte istituzionalizzate (che sono indispensabili intendiamoci) ha bisogno di relazioni corte e calde, di prossimità.

In questa prospettiva si mette al primo posto l’attenzione per le persone, che vengono prima degli interessi economici e che devono essere il nostro metro di valutazione. Quindi bisogna cercare di concentrare gli interventi privilegiando quelli volti a ricostruire o rinforzare il tessuto sociale, creando occasioni di relazione e scambio fra i cittadini orientate non solo all’ occupazione del tempo libero, ma anche alla risposta ai bisogni essenziali, progetti, che superano la logica del “un noi e un loro”, di qualcuno bisognoso di aiuto e qualcuno che aiuta, ma progetti che cercano concretamente di costruire un nuovo modello di società basata su un’economia di relazione e prossimità che invece di espropriare risorse all’ambiente e alla società, la rafforza e rinnova. Partendo da questa considerazione una sfida che ci attende è quella di spostare il focus del nostro operato sulle persone alle comunità, perché è necessario recuperare una dimensione di solidarietà diffusa in cui il compito della cura non è delegato solo ai professionisti, ma è portato avanti, con l’aiuto dei professionisti e dalle comunità. Un approccio di questo tipo oltre ad essere più sostenibile da un punto di vista economico, lo è anche in termini di efficacia degli interventi, ma soprattutto, ed è questo che come Caritas ci sta particolarmente a cuore, mette i poveri, o se preferite le persone che si trovano ad affrontare un momento di difficoltà, al centro delle attenzioni delle comunità stesse. Questa dinamica arricchisce le comunità e le può portare a ripensare la qualità delle nostre relazioni, alla disponibilità, all’accoglienza o al nostro rapporto con il denaro e i consumi.

Paradossalmente in questa crisi, in cui ci ritroviamo tutti più fragili, possiamo cogliere l’occasione di riscoprirci tutti prossimi gli uni degli altri e quindi tutti ugualmente responsabili della città dell’uomo, come ha detto l’Arcivescovo Zuppi: Chiesa e città sono compagni di viaggio e tendono alla stessa meta di salvare la persona. Il dialogo di oggi non è una tattica o una strategia. È la visione del futuro e la scelta di iniziare a costruirlo. Sento la consolazione di vedere già tanti frutti, la conferma del talento che abbiamo e anche di come i cinque pani regalati sfamano tanti e producono frutti di accoglienza, di solidarietà. Sento l’urgenza di farlo per i tanti che aspettano. Sarà la sfida del nostro futuro. Sento anche la gioia di poterlo fare e di poterlo fare assieme, anche se a volte la fatica e la stanchezza ci invitano a chiuderci”.


Note

53)

Caritas Italiana, Dopo la crisi, costruire il welfare. Rapporto 2015, (2015) 

54)

Per povertà assoluta s’intende la condizione in cui vivono persone e famiglie che non riescono ad accedere a beni fondamentali per condurre una vita dignitosa: alimentazione, abitazione, istruzione, svago. Il metro più diffuso per calcolarla è un paniere stabilito dall’Istat e rivisto ogni 10 anni. 

55)

Morlicchio, E. Sociologia della povertà, Bologna, Il Mulino (2012) 

56)

Dovis, P., Per carità e per giustizia. Il welfare delle parrocchie, EGA (2015) 

57)

Il monitoraggio è stato curato dall’alleanza contro le povertà e verrà reso pubblico nel prossimo mese di novembre.