Introduzione

Chi può riconoscere i figli abbandonati, malati, offesi e derubati della loro dignità? Questi figli hanno in tasca una medaglia spezzata. Spezzata a metà. Solo chi possiede l’altra metà, può riconoscerli e considerarli suoi figli. La Chiesa, la Chiesa in Italia, ha detto il Papa a Firenze, ha in tasca l’altra “metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati” (10 novembre 2015).

La Chiesa riconosce i suoi figli, li cerca se perduti, li ama, li difende, li accoglie: sempre. Non può fare diversamente, pena la sconfessione della sua identità e della sua missione. Gesù le ha affidato il compito di amare tutti. È il caso di riascoltare le parole con le quali dovremo fare i conti nel giorno del giudizio finale: parole che ci impegnano ora mentre siamo in cammino verso il Regno: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 34-36). Possedendo l’altra metà della medaglia noi, questi fratelli, li sentiamo parte di noi. L’altro è parte di noi, ci appartiene. Basterebbe questa semplice considerazione per fugare ogni forma di individualismo e di chiusura che purtroppo connota tante nostre esistenze, tanta parte della vita delle nostre comunità. La tentazione dell’individualismo ci corrode. Papa Francesco la delinea nell’Evangelii gaudium con queste parole: “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli familiari. L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali. Mentre nel mondo, specialmente in alcuni Paesi, riappaiono diverse forme di guerre e scontri, noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci «a portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) (EG, 67). E conclude sintetizzando: “Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo” (EG, 87).

Riconoscerli dunque e quindi conoscerli… A questo contribuisce il nuovo Rapporto delle Caritas diocesane della Regione Emilia-Romagna, pubblicato anche quest’anno con regolarità e perseveranza encomiabili. Conoscere non solo i numeri. Il Rapporto non si accontenta infatti di presentare delle statistiche, ma offre anche piste di azione consolidate e sperimentate nel vissuto concreto delle Caritas diocesane, concentrandole attorno ad alcune tematiche di fondo come: i profughi, il cibo, la salute, il lavoro e la rete di servizi.

La medaglia spezzata che ogni cristiano ha in tasca sia un richiamo permanente che inquieta, quasi che non fa dormire e sollecita la voglia di cercare quel figlio che si è allontanato o è stato offeso o ha fame o è solo o deve fuggire dal suo paese: ritrovarlo, riconoscerlo e avvolgerlo con tanto amore, farlo sentire a casa sua: ecco cosa bisogna fare!

† Douglas Regattieri